TRAVESTITE DA DONNE AVVENENTI INEBRIANO SPROVVEDUTI AVVENTORI PER CARPIRE MORBOSE CONFIDENZE DA PUBBLICARE PRODITORIAMENTE IN UN LIBRO CLANDESTINO


(Estratto dalla prefazione di Gigi Picetti al panphlet "BESTIAME" )

Nel cesso - ohibò! - nell’antibagno di quel famigerato locale genovese che fu terreno di cultura della fauna (e a volte della flora) vivisezionata da queste pagine, Carla e Federica mi lessero con voce poteritissima le ultime righe del curioso manoscritto, prendendo al termine un interminabile fiato sibilante per compensare la totale iposiggenazione, indotta nei loro ancor giovani organismi dall’insana pratica della dizione stentorea in espirazione continuata.
Ci eravamo rifugiati in quello sgocciolante sgabuzzino al solo scopo di poterci intendere almeno urlando, visto che in sala la band del momento, impegnata in una battaglia fratricida all’ultimo watt, stava sparando i decibel di "Johnny B. Good" alivellicomodamente intelleggibili anche daun non udente, munito di protesi acustica con auricolari ben piantati nei timpani e pile perfettamente scariche.
Fu dunque in tale luogo (nell’antonomasica accezione ligure di gabinetto) e con le lancinanti note di Chuck Berry che si infiltravano nei nostri corpi da tutti gli spifferi mal chiusi, che vissi il paradosso di apprendere, proprio dal finale della storia, dell’ormai completasua nascita, tra distorte vibrazioni di corde elettriche e vocali.
Carla e Federica, d’ora in poi "le Autrici", sotto il benefico effetto della respirazione a mantice, viravano intanto gradualmente il loro colorito facciale dall’eccezionale blù cianotico al più consueto rosa carnicino, spatolato con una punta di terra di Siena bruciata. La sala intanto nicchiava nel cicaleccio: al martellante rock di Berry aveva fatto seguito una soporifera melopea, aberrante risultato della trascrizione locale di un canto tribale scout, raccolto dai ricercatori durante una visita alla riserva protetta dell’Azione Cattolica di Verona.
Non avevo più scuse per differire ulteriormente la stesura della prefazione, tanto avventatamente promessa dal mio residuo infer-io, quanto attesa con ingenua fiducia dalle autrici. Dovevo solo sconfiggere una lasciva ed atavica nemica di nome pigrizia.
Salui allora, con passo determinato, quella scaletta abusivamente costruita e legalmente multata, attraverso la quale, in caso di ressa odi rissa, ci si può rifugiare nella piccola sala di scorta superiore. Sostai alfine sul pianerottolo in alto, appoggiato al tavolino di un ex computer professionale con hard-disk da 40 mega progressivamente consuntosi al vizio del gioco russo e colà iniziai con mente delirante a vergare di ghirigori un mazzetto di cartoncini verdastri 7x9
Intanto "Bestiame" è già un caso ancor prima di diventarlo, lo stupefacente caso accaduto alle autrici non ancora tali.
Ma procediamo con tentato ordine: Era una notte.., buia e tempestosa? Macchè! Serena e di luna piena. Le due malcapitate malcapitarono appunto nel susputtanato locale, ancora noto col vetusto nome di Panteca.
Chi tra voi ha familiarità con l’etimo ellenico sa senz’altro che il nome citato si può ben decrittare come "spazio destinato a raccogliere di tutto". Così battezzammo il posto con inconscia chiaroveggenza quando lo concepimmo, nel periodo edificante, insieme al coetaneo anagrafico Mario Quaglia, padre del più giovanile Roberto Quaglia, sempre mio coetaneo, stavolta in senso concreativo. ,visitare con due Virgilie l’inferno suo fumante.
E similmente a quel che accade se si scorre il dantesco torno, nulla è tolto a chi non ha avuto il destro di conoscere di persona i personaggi presentati. Affermo questo ben sapendo che la massa carnosa degli stalloni in cui le nostre Autrici affondarono a piene mani l’impietoso bisturi sezionante, non presenta particolari caratteristiche fenomenologiche, ma costituisce invece uno spaccato (ahi, quanto spaccato!) dell’abituale transumanza che seralmente percorre la città buia, qua e là sostando in appositi abbeveratoi e greppie, disseminati con finalità di lucro alternativo nell’intricato tessuto del suburbio.
Ecco quindi la descrizione, dove l’apparente iperbole rischia sempre l’eufemismo, farsi anche accorata testimonianza a futura memoria per documentare a lontani posteri, forse galattici, questo frammento di storia del comportamento che, tra cronaca e diagnosi, potrebbe anche costituire un prezioso reperto: il ritrovato segmento discendente che mancava per completare la ricostruzione della parabola involutiva percorsa dall’essere umano poco prima della defini autoestinzio.
Quest’opera può comunque essere utilizzata subito anche come prezioso specchio dei propri tic esistenziali, per identificarli in se stessi specie quando si riconoscono riflessi addosso agli altri. Una terapia attiva che dovrebbe essere estesa all’intera popolazione tramite le Unità Sanitarie Locali, in una visione ideale dell’assistenza alla salute pubblica che per ora è purtroppo riconosciuta solo a chi è affetto da sindrome mafiosa.
Un altro aspetto interessante del lavoro è la corretta restituzione, dall’interno dell’atmosfera zoomorfa, del complesso “ambiente” che ha ispimio ed espirato la corrosiva sonda scandalosamente scandagliante.
Certo, per chi conosce anche i muri ed i soggetti ritratti è tutto un centellinare da copiose coppe di familiare liquore ad alta gradazione, che tosto va in circolo (culturale) e si precipita a modificare lachimica della mente con la stessa incalzante dinamica con cui è stato versato a quattro affusolate mani nei crateri cerebrali presto traboccanti.

Gigi Picetti